– Uno scrive per sé, poi il libro va dove vuole. – A. Forgione

 

Napoli mon amour” narra la storia di Amoresano che, alla vigilia dei suoi trent’anni, è immobilizzato in una quotidianità disarmante. Disoccupato e con poche speranze, trascorre le sue giornate diviso fra le partite del Napoli, bere con l’amico Russo e i tentativi di scrivere racconti. Attraverso i suoi occhi conosciamo una città livida dalla pioggia e sempre più decadente. Sogna spesso di poter andare via, magari in Inghilterra, ma i soldi sono pochi e centellinati, non sufficienti per potersi permettere di ricominciare da zero altrove. Arreso alla vita, che piano piano gli scivolava dalle mani, inciampa nella felicità. Felicità che ha il nome di Lola. Lo folgora e per un po’ lo fa vivere nell’illusione di poter davvero stare bene e non aver bisogno di nient’altro oltre a lei. Ma come tutte le cose più belle, non gli risparmia il dolore, ne ritarda solo l’arrivo.

 

La cosa che mi è piaciuta di più inquesto romanzo è l’autenticità. I personaggi sono vivi, hanno una loro voce, una loro personalità. E attraverso loro vive anche Napoli che, con le sue strade e le sue piazze, è protagonista indiscussa di ogni pagina.

Ho letto due volte questo romanzo. Una volta in digitale prima dell’incontro con l’autore e una seconda volta in cartaceo. Entrambe le volte, arrivata alla fine, sono rimasta combattuta. Da una parte avrei voluto offrire da bere ad Amoresano perché è stato così stupido da credere a un’idea così romantica di felicità da farsi spezzare il cuore in maniera spudorata, dall’altra avrei voluto prenderlo a calci perché è stato così idiota da farsi spezzare il cuore in maniera così spudorata.

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Parlare con Alessio Forgione è stato come parlare con qualcuno che conosci da tempo, un ex compagno di scuola, con cui non hai più tanta confidenza, ma con cui hai piacere poter parlare di nuovo.

Come mai hai scelto il romanzo di formazione?

Non è che io lo abbia proprio scelto. È stato inevitabile, una cosa naturale. Ho voluto scrivere qualcosa che mi piacesse leggere. Il resto è venuto da sé.  Anche se ovviamente non è stato il primo tentativo di scrittura. Avevo provato a scrivere racconti, piuttosto male direi, poi una notte ho avuto l’idea da cui è nato questo libro.

 In alcune interviste hai dichiarato che a “darti la spinta” nella scrittura è stato “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, ma, dato che tu sei prima di tutto un lettore, qual è stato il libro che ti ha incoraggiato nella lettura?

La casa in collina” di Cesare Pavese. Lo aveva portato in casa mio padre e quando lo lessi ne rimasi folgorato. Negli anni ho recuperato tutto quello che ha scritto Pavese, o quasi. Ho anche riletto la maggior parte dei suoi libri più volte, ma non “La casa in collina” perché ho sempre avuto paura che se lo avessi riletto avrebbe potuto perdere un po’ della sua magia. Preferisco tenermi il ricordo così com’ è, anche se ormai un po’ annebbiato.

 Leggendo il tuo libro mi è venuto in mente Tabucchi perché la città era davvero ben strutturata, riuscivo ad immaginarmi di essere a Napoli. È stato un riferimento voluto?

È una cosa che a me piace molto, dare uno spazio reale, ben definito ai personaggi. E mi piace che siano i personaggi stessi a raccontare la città che li circonda. Spesso mi sono ritrovato a controllare su Google Maps, esagerando tante volte con la descrizione delle strade. Però è una cosa che da lettore apprezzo molto e mi piaceva poterla mettere anche nel mio libro.

 Hai citato moltissimi autori, per quanto riguarda le autrici invece?

Al momento non me ne vengono in mente. -una voce fuori campo suggerisce Elena Ferrante- Si, effettivamente lei mi piace, però ho preferito i primi tre libri rispetto alla saga de “L’amica geniale“, il mio preferito è “L’amore molesto”.

Sempre che la Ferrante sia davvero una donna!

Si, deve per forza essere una donna! Ha una scrittura troppo cattiva e solo le donne possono scrivere così!

 Tornando a Napoli, in letteratura ho notato che è sempre più prepotente l’immagine di una città spenta, grigia, mentre l’immagine più comune, e forse fin troppo stereotipata, è quella di una città piena di colore, una città viva e molto allegra.

Si, se la vivi da turista Napoli è una città colorata e solare, ma se ci sei nato sai che il mare non bagna Napoli. Se nasci nel rione puoi vivere tutta una vita senza vedere il mare. Se ti allontani dal centro e vai verso la periferia non ci sono nemmeno i mezzi pubblici. Chi abita lì è isolato. Se a casa dei miei genitori mi dovessi buttare dalla finestra, non mi tufferei nel mare blu che tutti si aspetterebbero, ma mi schianterei sull’asfalto. La fortuna è che i miei abitano al piano terra, quindi non dovrei farmi troppo male. Inoltre, a Napoli piove davvero molto.

Visto che ora vivi a Londra, in un futuro, pensi di scrivere qualcosa ambientato lì?

No. Mi piace Londra. Per molti aspetti è molto più facile vivere lì perché ci sono meno pregiudizi, soprattutto per quello che riguarda il lavoro. Vorrei però continuare a scrivere di Napoli.

 Al momento hai qualcosa in cantiere?

Si. C’è qualcosa in cantiere, -pensieroso- qualcosa sui giovani, ma no vi dico di più.

 

 

A incontro finito mi sono resa conto che erano ancora tante le cose che avrei voluto chiedergli, ma forse non bisogna per forze cercare una risposta a tutto.

 

Mentre la baciavo, pensai che forse la povertà era quella cosa lì: essere felici, ma sapere che quella felicità non sarebbe durata a lungo, perché mentre durava ed esisteva c’era già qualcosa di nocivo, nel resto del mondo, nel resto della propria vita, nell’aria e anche nella felicità, che minava la felicità stessa.

Napoli mon amour

Teodora

 

 

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